martedì 18 gennaio 2011

La Storia di Su Pallosu
TZIU AMEDEO: UN CONTADINO APPASSIONATO DEL MARE
nascono "is arrizzoneris"



di Gilberto Linzas
Amedeo Linzas
, può essere considerato a pieno titolo uno dei personaggi che hanno caratterizzato e animato la vita di Su Pallosu nel corso dell’ultimo mezzo secolo. La sua capanna di falasco – conosciuta come “sa barracca de Amedeo o de Tziu Amedeo” –, infatti, ha rappresentato un punto di riferimento per amici e buongustai dei ricci di mare fin dai primi anni ’70.


Nato nel 1935 in una famiglia di contadini Riolesi, la passione per il mare l’aveva nel sangue fin da giovane, quando ancora adolescente si recava a Su Pallosu (spiaggia tradizionalmente frequentata dai Riolesi) e in altre località marine del Sinis per pescare ricci, attinie e polpi.
Inizia a frequentare assiduamente Su Pallosu alla fine degli anni ‘60 per ragioni di lavoro e, incantato da questo luogo affascinante, ne farà la sua “patria” adottiva.
Uomo di fiducia del signor Zenobio Espis, che in quegli anni sta costruendo la propria villetta nel promontorio sabbioso in prossimità di Punta Tonnara (immediatamente dopo l’abitazione di Geppetto il corallaro e Gianni Atzori), realizza con le sue mani una piccola capanna di falasco, adiacente alla recinzione della villa sul lato est.

Questa ha una magnifica veduta fronte-mare che dall’alto consente di spaziare, nelle giornate più limpide, dalle falesie giù di Bosa a Santa Caterina, S’archittu, Torre del Pozzo, la lunga spiaggia di Is Arenas con la distesa verde della forestale alle sue spalle, Torre di Scal’e sale e Sa Rocca Tunda.


(l'ex villa Espis come appare oggi a Su Pallosu)
Qui trascorre lunghe estati con la famiglia (mia madre, io e mio fratello) dedicandosi alla sua passione per il mare e la pesca. Nel 1972, infatti, acquista un’imbarcazione di legno (con motore entrobordo) in comproprietà con il suo amico e datore di lavoro, e mette a frutto le conoscenze marinare acquisite durante il servizio militare svolto presso il porto di Cagliari.
La ricchezza e la pescosità del mare, allora, era tale da assicurare, a ogni uscita in barca, una pesca straordinaria. La mattina presto, all’alba, quando si salpavano le reti, non mancavano mai aragoste e pesci di ogni genere con i quali mia madre realizzava dei pranzi indimenticabili.
In quegli stessi anni, fornendo prova di maestria e abilità costruttiva (apprese l’arte lavorando al fianco di esperti artigiani), realizza una nuova capanna di falasco, più grande della precedente, situata nella spiaggia poche centinaia di metri più a sud, laddove erano già presenti numerose “barracche” tra cui quelle di Signor Solinas (uno dei suoi amici), Tziu Serra, Tziu Davìdi Atzori, Espis, Eraldo Aru e molti altri (il villaggio di capanne allora era in piena fase espansiva).

In seguito alla perdita della barca - si sfascerà nel tentativo di tirarla a terra durante una tremenda mareggiata invernale - si dedica con maggiore impegno alla pesca subacquea, e in particolare a quella dei ricci che, specie durante il periodo invernale, consente di arrotondare il bilancio famigliare. Nasce così uno dei primi “arrizzoneris” moderni.
La pesca dei ricci, in quei primi anni ’70, era praticata da alcuni pescatori e da molti dilettanti con sistemi ancora tradizionali: con l’utilizzo di una piccola barca, servendosi di un visore fatto artigianalmente (su sprigu) per osservare il fondale (profondo non più di due - tre metri) e una lunga canna con una forchetta ripiegata all’estremità per tirare su i ricci; oppure con lo scafandro di gomma, mediante l’utilizzo de “su sprigu e s’ancaredda” sui bassi fondali rocciosi a pochi metri dalla riva.
Nei fine-settimana invernali, specie nelle belle giornate, era particolarmente intenso il viavai di persone che facevano una passeggiata al mare per stare in compagnia, godere del sole e, soprattutto, per assaggiare i gustosissimi ricci di mare, meglio se accompagnati dal pane fatto in casa e dalla vernaccia (o dal vino nero) e allietati da un po’ di musica sarda: Su pallosu in quelle giornate era incredibilmente animata.


Per lunghi anni mio padre, tutte le domeniche mattina (ma spesso anche il sabato), se il mare non era particolarmente mosso, indossava muta, maschera e pinne e, con un coppo e il canottino, entrava in acqua. Vi rimaneva non meno di quattro - cinque ore raccogliendo e portando a terra una quantità incredibile di ricci che mia madre esponeva sotto la tettoia della capanna per la vendita (nella pesca, non mancava mai qualche polpo).
Il pomeriggio lo trascorreva sempre in allegria, tra una chiacchiera, un dolce e una “vernaccina”, con amici e parenti che, immancabilmente, arrivavano a Su Pallosu.
Anche nelle altre stagioni - dalla primavera all’autunno - si dedicava alla pesca sub (principalmente polpi e attinie) con grande passione.
“Tziu Amedeo” ha fatto “s’arrizzoneri” fino ai primi anni ‘90. La capanna - oramai quasi una palafitta per l’avanzare del mare (a causa dell’erosione) - fu disfatta nel 1993 a seguito di un’ennesima ordinanza del Comune di San Vero Milis.
Negli anni successivi, pur continuando a frequentare assiduamente Su Pallosu, ne sentiva la mancanza, e non poteva essere altrimenti: “Sa barracca” era stata il centro del suo piccolo-grande mondo; la sua demolizione rappresentò la conclusione di un bellissimo lungo sogno.
Per quanto riguarda la pesca dei ricci, purtroppo si deve rilevare che, nell’ultimo ventennio, l’uso di sistemi non propriamente corretti (in particolare l’uso delle bombole da parte di pescatori provenienti anche da altre province) e il prelievo incontrollato, hanno impoverito i fondali di Su Pallosu e delle coste dell’Oristanese in genere, mettendo a serio rischio l’equilibrio dell’ecosistema marino.

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